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Intervista a Timoleon Jimenez, leader delle FARC-EP

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Timoleon Jimenez, o Timochenko è il leader delle FARC-EP (Forze Armate Rivoluzionario della Colombia-Esercito del Popolo). Il suo vero nome è Rodrigo Logono Echeverri. Nato nel 1959 è entrato nelle FARC nel 1976 motivato, come dice lui stesso “dalla situazione dell’ambiente in cui vivevo. Eravamo una famiglia povera in un villaggio povero. I nostri genitori erano duramente segnati dalla violenza. Mia madre era vedova. Il suo primo marito era stato assassinato sulla porta di casa. Noi bambini ascoltavamo tutte queste storie di morte e violenza e lentamente formavamo una nostra coscienza. Mia madre - aggiunge - ha coltivato in me l’amore per la lettura. Lei stessa mi insegnò a leggere prima ancora che cominciassi le elementari”.

Timochenko, che incontriamo all’Avana, dove da oltre 4 anni sono in corso i negoziati di pace tra la sua organizzazione e il governo colombiano, ha un tono di voce pacato, di tanto in tanto sorride e non abbassa mai lo sguardo. Dopo la cerimonia della firma dell’Accordo di Pace Finale a Cartagena (in Colombia), il 26 settembre, la doccia fredda del plebiscito del 2 ottobre voluto dal presidente Juan Manuel Santos per ratificare l’accordo: la maggioranza del misero 37% dei colombiani che è andato a votare ha respinto quell’accordo. Una manciata di voti hanno consentito al fronte del No, promosso dall’ex presidente Alvaro Uribe, di rischiare di perdere quattro anni di lavoro per arrivare a un accordo che, come dice lo stesso Timochenko, potrà non piacere a tutti in tutti i suoi aspetti, però contiene tutti gli elementi utili a gettare le basi per la costruzione di una pace stabile e duratura.

Cominciamo dai risultati inaspettati del plebiscito del 2 ottobre. Per uno stretto margine, poche migliaia di voti, ha vinto il fronte del No, mentre l’astensione è stata del 63%. Come si esce da questo impasse?

Il 7 ottobre scorso le due delegazioni, quelle del governo nazionale colombiano e delle FARC-EP, hanno reso pubblico un comunicato congiunto in cui si è ribadito che l’Accordo Finale firmato il 24 agosto vincola entrambi i firmatari, perché a nostro giudizio contiene le riforme e le misure necessarie per gettare le basi della pace e garantire la fine del conflitto armato. Il che non significa non riconoscere lo stretto margine con il quale ha vinto il No. Proprio per rispettare questo risultato abbiamo annunciato che le parti ascolteranno, in un processo rapido ed efficace, i differenti settori della società con l’obiettivo di comprendere le loro preoccupazioni e definire rapidamente una via d’uscita all’impasse. Queste proposte e aggiustamenti saranno discussi tra il governo nazionale e le FARC-EP. Il processo di ricezione delle proposte e inquietudini è praticamente concluso e stiamo per iniziare la loro analisi nei prossimi giorni. [Il 12 novembre è stato raggiunto all’Avana il secondo Accordo di Pace Finale, firmato a Bogota il 24 novembre. NdR]

Allo stesso tempo si lavora per trovare la formula giuridica e politica più efficace per l’implementazione di quanto accordato. Confidiamo totalmente nel fatto che con la volontà di entrambe le parti e il sostegno massivo della popolazione colombiana tutto questo si risolverà nel modo più conveniente per la pace e la riconciliazione del paese.

Dopo la firma degli Accordi di Pace e la loro ratificazione popolare, si aprirà il delicato compito di metterli in pratica. Quali sono, in questo senso, le principali risoluzioni che ha preso la recente X Conferenza Guerrigliera Nazionale?

La X Conferenza ha indicato un compito fondamentale: lavorare per l’implementazione totale dell’Accordo Finale dell’Avana. Questo implica l’utilizzo dei meccanismi incaricati di verificare e monitorare il compimento di quanto accordato, che sono indicati nel testo degli accordi, includendo la partecipazione delle comunità. A questo si aggiunge la lotta politica. Una delle bandiere del nuovo movimento politico nel quale ci trasformeremo sarà lavorare per l’implementazione totale degli accordi, e per questo è fondamentale il legame con le comunità rurali e urbane, le vittime, i democratici, i settori popolari in generale, che abbiamo il compito di consapevolizzare e mobilitare per rendere efficace l’implementazione. Chiaro, bisogna dire che non partiamo da zero: tanta è la gente in Colombia disposta a lavorare per questo stesso risultato.

Su che basi programmatiche e organizzative vi convertirete in una organizzazione esclusivamente politica?

Questa è stata precisamente una delle risoluzioni della X Conferenza. Noi, le FARC, siamo e siamo state dalla nostra fondazione, un partito politico, un partito politico che ha preso le armi di fronte alla violenza statale. Ora si tratta di adattare questo partito alle nuove condizioni di legalità e modernità. Non c’è motivo per cambiare la nostra ideologia, né i nostri principi politici e organizzativi. Però, così come stabilito dalla Conferenza, questo sarà materia di discussione e approvazione nel Congresso Costitutivo del nuovo partito che dovrà essere celebrato entro maggio 2017, sempre che si possano implementare gli accordi firmati all’Avana.

Il rispetto integrale degli accordi sarà accompagnato e verificato dalla comunità internazionale. Che importanza dà a questo aspetto?

La comunità internazionale si è avvicinata al processo di pace in maniera progressiva però determinata. All’inizio c’è stata la partecipazione di Cuba e la Norvegia, al cui lato è sempre stato il Venezuela. Più tardi si è aggiunto il Cile e poco a poco hanno cominciato ad arrivare segnali di approvazione da parte dell’Unione Europea, gli Stati Uniti, UNASUR, Germania, Russia, le Nazioni Unite e il suo Consiglio di Sicurezza. Questo ha un enorme valore per noi, che siamo arrivati al Tavolo dei Negoziati identificati nel peggiore dei modi da buona parte di questa comunità internazionale. Abbiamo dimostrato la nostra condizione ideologica e politica, la nostra vocazione per la pace, la nostra serietà e responsabilità di fronte agli impegni presi. Tutto ciò ci ha posto ad un altro livello e ha conferito al processo di pace una marcata rilevanza internazionale.

Lo smantellamento del paramilitarismo è senza dubbio essenziale per la costruzione di una pace stabile e duratura. Cosa sottolineerebbe su questo tema? In che modo la comunità internazionale può aiutare?

Il paramilitarismo è una delle forme in cui lo Stato colombiano ha combattuto l’opposizione politica in Colombia, anche se non la sola. Ci sono state persecuzioni giudiziarie, montature politiche e sicuramente la violenza perpetrata da agenti ufficiali in maniera aperta. Succede però che grazie alla lotta di molta gente nel nostro paese, alla quale bisogna aggiungere la presenza internazionale, la violenza aperta perpetrata dallo Stato diventa sempre più difficile.

Tuttavia si può ancora vedere la brutale repressione che i corpi della Polizia Nazionale e l’Esercito sono soliti impiegare contro la protesta e le mobilitazioni popolari. In realtà la nostra lotta è per la proscrizione di tutte le forme di violenza perpetrate dallo Stato contro il popolo colombiano. E crediamo che con questo Accordo abbiamo fatto passi significativi in questo senso. Il paramilitarismo è stato oggetto di attenzione speciale nell’Accordo dell’Avana, dato che il suo carattere illegale permette più facilmente allo Stato di nascondere il suo agire violento dietro queste bande di assassini.

Si sono pattate varie cose su questo tema che, se si rispetteranno, ovviamente si tradurranno in un vero terremoto in materia di garanzie e diritti per i partiti e le organizzazioni dell’opposizione. La comunità internazionale gioca un ruolo importante in questo tema e speriamo che il suo contributo continui ad essere efficace. Rimane anche pendente un accordo con l’ELN (Esercito di Liberazione Nazionale).

L’ELN è un’organizzazione rivoluzionaria e insorgente che abbiamo sempre considerato sorella nella lotta. Abbiamo avuto a che fare con loro varie volte in questo processo di pace che stiamo portando avanti con il governo di Juan Manuel Santos, anche con il placet di quest’ultimo, interessato al coinvolgimento di questa forza al processo. Loro mantengono un diverso punto di vista rispetto a differenti fenomeni della vita e la politica nazionali, per questo hanno deciso di seguire un percorso proprio, senza condannare quello intrapreso da noi. Contemporaneamente hanno comunque portato avanti la loro battaglia per l’istallazione di un tavolo dei negoziati con una agenda di discussione, che presto dovrebbe cominciare a Quito, in Ecuador. [Dopo vari rinvii, i negoziati pubblici dovrebbero iniziare a gennaio 2017. NdR]

Desideriamo e speriamo ardentemente che i compagni riescano a raggiungere rapidamente un accordo soddisfacente che permetta a tutti i colombiani di unirsi in un grande sforzo per la pace e la riconciliazione.

La riforma rurale integrale sembra essere fondamentale per favorire che nella campagna colombiana si recuperino tanto una convivenza sociale normale quanto le sue enormi potenzialità produttive. Che tipo di lavoro pensate portare avanti su questo tema? Avete, per esempio, in mente la costruzione di una banca di progetti alla quale le organizzazioni civili locali e internazionali possano attingere per contribuire allo sviluppo della campagna?

L’Accordo in materia di Riforma Rurale Integrale è ormai un atto concreto. Quello che deve succedere da qui in avanti è il rispetto e l’implementazione fedele di quanto accordato da parte dello Stato. Perché ciò avvenga sarà necessario che le comunità contadine si impadroniscano di quanto accordato, che conoscano i contenuti dell’accordo perfettamente, che li condividano e che li reclamino.

Solo questo aspetto implica evidentemente uno sforzo enorme. Però una volta sprigionata la forza delle comunità contadine, nere e indigene, che si impadroniranno delle potenzialità racchiuse nell’Accordo in materia di campo, c’è da sperare nella rinascita dell’attività popolare per il miglioramento delle sue condizioni di vita, lo sviluppo di progetti educativi, per la casa, la sanità, infrastrutture e servizi pubblici, per l’elaborazione e il rispetto di piani di sviluppo locale e regionale. In questo tema, c’è carta bianca per l’azione sociale e politica e, evidentemente, tanto le comunità quanto noi saremo aperti a tutte le possibilità di aiuto internazionale.

Questi negoziati sono stati lunghi e complicati, però i risultati hanno dato frutti interessanti e inediti, rispetto per esempio ad altri processi di pace. Che punti segnalerebbe in questo senso?

L’intero processo di pace, il suo sviluppo e risultati finali, gli accordi, le difficoltà originate dalla vittoria del No nel plebiscito, il percorso scelto per identificare una soluzione a questa situazione, tutto contribuisce a fare di questo processo di pace un esperimento unico in materia di risoluzione di conflitti armati interni. Potrei forse segnalare come l’elemento più importante, il fatto che lo Stato si sia impegnato formalmente a sradicare tutte le forme di violenza contro l’opposizione politica e a “circondarla” di piene garanzie per la sua attività, così come per la vita e libertà dei suoi dirigenti e militanti.

La questione delle vittime, della ricerca della verità e della giustizia transitoria è stata particolarmente delicata da affrontare, anche per i livelli altissimi di violenza e la durata del conflitto, oltre mezzo secolo.

Sicuramente è stata una questione estremamente delicata, come dimostra anche il tempo che ci abbiamo messo per arrivare ad un accordo: c’è voluto un anno e mezzo di discussioni che hanno portato alla firma di un accordo che, non dimentichiamo, il governo colombiano ha insistito per rivedere anche dopo averlo firmato, mettendo così in pericolo la serietà stessa dell’intero processo. Per fortuna la crisi si è risolta positivamente. Le vittime hanno partecipato al processo e possiamo dire che sono state sempre al centro delle discussioni. Abbiamo firmato un accordo che forse non ha reso contenti tutti, perché ci sono settori che si oppongono a tutto solo per il gusto di opporsi. Però è un accordo che ha avuto un vasto riconoscimento da parte delle organizzazioni di vittime, dei vari partiti politici colombiani e delle più diverse organizzazioni sociali e popolari. Ha avuto anche il riconoscimento e il plauso della comunità internazionale, nella quale entra per esempio anche la Corte Penale Internazionale. Il lavoro è stato intenso, però senza dubbio ne è valsa la pena. L’accordo contiene formule giuridiche inedite e coraggiose, ha creato diritto. E questo da solo conferma la sua trascendenza.

In che modo si può appoggiare per far sì che la “smobilitazione” delle FARC e l’inserimento politico e sociale degli ex-guerriglieri sia un successo e possa dunque essere un modello?

Insistiamo sempre sul fatto che il termine “smobilitazione” è improprio per il nostro caso. Le FARC non si smobiliteranno, si trasformeranno in una forza politica attiva che continuerà unita e coesa a lottare per il suo obiettivo di conquista del potere per il popolo. Smobilitare equivarrebbe a disintegrare l’organizzazione e siamo ben lontani dal pensare questo. Smetteremo di lottare con le armi, però non di lottare per vie legali e piene di garanzie. Questo è l’accordo. Ci reinseriremo nella vita civile d’accordo ai nostri interessi economici, sociali e politici, lasciando dietro di noi ogni forma di violenza e illegalità. Affinché ciò possa verificarsi sono state pattate clausole specifiche nell’accordo. Bisogna dire che lo Stato ha avuto un atteggiamento molto duro quando si è trattato di aiutare in questo senso. Non sarà facile, siamo consapevoli della magnitudine della sfida che abbiamo di fronte e non abbiamo mai perso di vista l’interesse del nostro avversario di classe. Va da sé che tutto l’aiuto che in modo disinteressato e in buona fede ci verrà offerto per raggiungere questo obiettivo sarà molto importante.

Che messaggio invierebbe all’opinione pubblica italiana perché appoggi l’applicazione degli accordi?

La Colombia è sempre stata un paese di gente imprenditrice e amante del lavoro, ricco di risorse naturali, però sottomesso fin dalla sua indipendenza dalla Spagna ad una serie di violenze che si sono tradotte in decine di guerre civili. E’ evidente che l’origine di ognuna di queste guerre è da ricercare nella diseguale distribuzione della ricchezza e la tendenza dichiarata delle classi dominanti a risolvere le differenze politiche mediante l’uso della forza e la violenza. Le ultime generazioni di colombiani non hanno conosciuto un solo giorno di pace. Adesso, dopo più di mezzo secolo di confronto armato, siamo riusciti a concordare una formula per una soluzione politica che promette la creazione di tutte le condizioni perché cessi definitivamente l’uso delle armi e la violenza nella vita politica nazionale e regionale. Una conquista storica. Siamo in un angolo del Sud America, con coste sull’oceano Atlantico e sul Pacifico, siamo allo stesso tempo caraibici e andini, abbiamo enormi potenzialità economiche ed umane. Ci meritiamo certamente una sorte migliore e siamo impegnati a costruirla. Che cittadino sensibile del pianeta non esprimerebbe la sua solidarietà con un popolo che ha questi sogni?

Fonte: www.globalrights.info

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